Women @ co-work

Il Coworking rappresenta un’opportunità per le donne?

Il 2 luglio 2011, a partire dalle 18, le piazze di Alessandria si tingono di rosa con l’iniziativa La Città delle Donne, promossa e organizzata dalla Città dei Giovani con il Patrocinio della Città di Alessandria.

L’evento ha come obiettivo il mettere in vetrina i talenti, le competenze e i saperi delle donne anche attraverso la promozione e valorizzazione delle attività commerciali al fine di creare occasioni di crescita professionale ed economica.

lab121 partecipa all’evento!

Il COWORKING rappresenta un’ottima opportunità per promuovere le competenze professionali e per sostenere lo sviluppo locale.

Come vivono le donne il lavoro in modalità coworking?
Da una ricerca di Deskmag emerge che le donne riportano un feedback positivo della loro esperienza di coworking:
– buona interazione con le altre persone (da 91% a 84%),
– la condizione delle lavoratrici autonome risulta essere meno complicata (da 55% a 36%),
in generale sono più soddisfatte della loro vita lavorativa.

Tanto le donne quanto gli uomini, quando viene loro chiesto come si sentono rispetto al lavoro svolto in un centro per il coworking, forniscono circa la stessa risposta positiva (da 94% a 91%).

Il coworking è una possibile risposta alla crisi economica, permette di “fare rete” nel trovare clienti e fornitori, offre la possibilità di far crescere le proprie competenze lavorative attraverso l’interazione con gli altri coworkers, garantisce una riduzione dei costi delle spese dell’ufficio tradizionale ed evita l’isolamento lavorativo di coloro che lavorano in casa.

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Progetti, start up, no profit, ricerche!

Pubblicato il primo bollettino Aperidico di lab121.

Oggi lab121 conta oltre 100 soci che condividono i valori della condivisione e della collaborazione profesisonale; molti di noi abitano e lavorano in Alessandria, altri a Milano, Torino e Genova.

Uno dei principali risultati della spontanea evoluzione della nostra community è di rappresentare molte e varie professionalit. Tante competenze, idee e progetti di lavoro!

L’Aperiodico è una semplice pubblicazione che raccoglie e rende condivisibili progetti, start up,  sogni e progetti di collaborazione proposti dai soci lab12

 

 

Ma… cos’è il copyleft?

Avete mai visto questo simbolo? 

La “c rovesciata” è il simbolo del copyleft e (per ora) non gli viene riconosciuto alcun valore legale.

Ma… cos’è il copyleft?

È un gioco di parole multiplo e quasi intraducibile: da una parte, poiché left (sinistra) è il contrario di right (destra), il termine comunica l’idea di un rovesciamento del copyright, cioè il diritto di copiare, riprodurre e diffondere un’opera dell’ingegno; ma left è anche il participio passato di leave (concedere, permettere), e ha quindi un sapore di “copia permessa”; infine, left significa sinistra come la parte creativa del cervello umano e pertanto lascia intendere che il copyleft sia un valido strumento per la libera circolazione delle idee. Tutto questo, in una sola parola e senza eccessive forzature.

Infatti:
– Il copyleft “rovescia” la logica del copyright, ma non la cancella. Sta proprio qui la differenza tra copyleft e “no copyright”: il copyleft non elimina il diritto esclusivo di riproduzione dell’opera, al contrario, lo rivendica. In altre parole: la legge stabilisce che soltanto io, in quanto autore o editore o simili, posso fare copie di questo testo, software, brano musicale. Benissimo. Allora, se questo è un mio diritto esclusivo, io posso sospenderlo in determinate condizioni. Ad esempio, posso decidere che, se qualcuno vuole riprodurre il testo senza scopo di lucro, può farlo senza bisogno del mio permesso.

– Questa “sospensione” del copyright ci porta al secondo significato, perché il copyleft prevede proprio una serie di concessioni, di permessi, rilasciati da colui che detiene legalmente i diritti di riproduzione dell’opera dell’ingegno. L’autore infatti, solitamente, comunica al pubblico il tenore ed il limite delle concessioni e dei permessi attraverso un “disclaimer”, ossia una sorta di comunicato in cui, rivendicando la paternità dell’opera, dichiara di concedere gratuitamente i diritti di utilizzo (diffusione, copia, riproduzione, ecc ecc) limitatamente ad alcune finalità (ad esempio, finalità didattiche senza fini di lucro). Solo facendo così ci si mette al riparo dai rischi paradossali del no copyright. Se nessuno rivendicasse i diritti di copia, allora chiunque potrebbe alzarsi una mattina e decidere di rivendicarli per sé, decidere di sfruttarli economicamente, decidere di non permettere a nessuno di riprodurre l’opera, decidere di farne pagare l’utilizzo a caro prezzo.

– Il copyleft può essere considerato un “copyright libertino”, proprio perché indebolisce il concetto di proprietà privata delle idee a favore invece di una nuova filosofia incentrata sul ben più ampio concetto di intelligenza collettiva e di condivisione del sapere, tutelando comunque sia il fair use gratuito che il diritto degli autori a un giusto compenso.

 

Quando si può applicare il copyleft e quali sono i suoi vantaggi?

Il copyleft si può applicare quando si ha a che fare con un’opera dell’ingegno che può essere duplicata, diffusa e riprodotta: brani musicali, brevetti, progetti, testi, software, immagini, video, grafica…

Il copyleft permette alle opere dell’ingegno di circolare senza ostacoli, di raggiungere un numero maggiore di persone, di proliferare e diffondersi. Nel caso del software, ad esempio, permette alla comunità di migliorare il prodotto, con interventi più o meno diretti che danno vita a diverse versioni. Permette agli utenti di fruire gratuitamente delle opere, in tutta libertà, purché senza fini di lucro. Permette agli autori di farsi conoscere da un raggio più ampio di persone, di superare ostacoli distributivi, di alimentare un passaparola più vasto. Prendendo come ulteriore esempio il caso della letteratura, il copyleft permette anche agli editori di vendere, spesso in misura maggiore, avvalendosi del circolo virtuoso prodotto dal diffondersi delle idee. Chi scarica gratis il testo di un romanzo, finisce quasi sempre, se gli è piaciuto, per parlarne in giro, consigliarlo, regalarlo, comprarlo… Dietro ogni “copia in meno venduta” a causa del copyleft ci sono quasi sempre diverse copie in più vendute in libreria. E al di là delle ovvie differenze, credo sia possibile attivare meccanismi simili anche per tutte le altre opere dell’ingegno.

 

Fabio Saini

Il fund raising: può avere effetti indesiderati, leggere le istruzioni prima dell’uso.

Di fund raising (anche con la F maiuscola per dare un’entità più strutturata al concetto) si parla o si sente parlare sempre più spesso e in contesti diversi.

Si tratta, con tutta evidenza, di un tema verso cui l’interesse è in espansione, secondo un modello di diffusione già realizzato nel nostro Paese a proposito di altri concetti, acquisiti e interpretati anche in Italia ad anni di distanza dalla loro nascita (o meglio dalla loro teorizzazione e applicazione sistematica e professionale) in contesti geografici e culturali diversi.

Questo vuol essere solo un piccolo contributo, soprattutto se rapportato alla portata del tema, alla discussione – sempre aperta – sull’argomento, con l’auspicio che la diffusione e l’interiorizzazione del processo e dell’approccio (anche mentale) al fund raising procedano più dritte e spedite, anche attraverso il superamento di fraintendimenti e pregiudizi, e portino ai risultati raggiunti altrove.

Alla radice: fund raising in una traduzione letterale significa “raccolta fondi”. Nella banalità della trasposizione dei termini nella nostra lingua si annida – così ci appare – un equivoco di fondamentale importanza: fund raising non è solo  “chiedere denaro”.

Partendo dallo scopo di voler semplificare in poche righe una teoria di una certa complessità (di per sé sbagliato, ma “il fine giustifica i mezzi”) e non potendo dare adeguata rilevanza a tutti i contributi scientifici e applicativi sul tema, possiamo dire che il fund raising è, piuttosto, un insieme di azioni ed attività finalizzate alla creazione di un rapporto d’interesse fra chi (tipicamente l’organizzazione no profit) chiede risorse (non solo economiche) per raggiungere lo scopo definito nel proprio statuto o “documento di programma” e il potenziale donatore. Fare fund raising non significa quindi solamente chiedere denaro per qualcosa, ma impostare (e saper impostare) la costruzione di una relazione tra richiedente e donatore, una relazione costruita su principi economici (cioè propri dell’economia) che devono essere considerati ai fini della generazione di quello che è, a tutti gli effetti, uno scambio sociale.

Parliamo, quindi, non di chiedere (concetto peraltro spesso solo associato ad istanze pietistiche variamente declinate), ma di saper costruire i presupposti relazionali tra richiedente e donatore.

Questo, per fare un semplice esempio, mette in luce la differenza che passa tra una episodica richiesta di denaro per un’iniziativa (la raccolta fondi per il progetto umanitario Pinco&Sempronio, che potrà avere o non avere successo per motivi anche puramente casuali e congiunturali) e l’instaurazione di un vero e proprio dialogo (cioè un flusso di comunicazione bidirezionale non episodico) tra chi deve veicolare un messaggio relativo allo scopo per cui si richiede un finanziamento e chi deve reagire ad esso, dopo averlo ricevuto, elaborato e interpretato.  Fund raising è quindi anche tutto ciò che precede e che segue la richiesta del finanziamento, che è di fatto solo un segmento del processo di strategia del fund raising.

Il “misunderstanding strutturale” a cui facevamo riferimento origina appunto – nella nostra esperienza – dal pregiudizio che ogni necessità di risorse possa essere affrontata attraverso il fund raising, che tutto ciò che sia una “richiesta di risorse” sia fund raising, e quindi che tutti (singoli, privati, enti pubblici, imprese, associazioni, profit, no profit) possano fare attività di fund raising più o meno nello stesso modo, “…tanto sempre di raccogliere denaro si tratta”. Quest’ultima affermazione rappresenta l’approccio più lontano dal bersaglio, peraltro molto diffuso in un tessuto socio-economico e di valori, quello italiano, per certi versi ritenuto ancora immaturo su questi temi (e questo nonostante e a discapito della davvero millenaria tradizione culturale nei campi di promozione e sostegno a cultura, arte, assistenza – ambiti classici di applicazione del fund raising).

Fare fund raising in modo strutturato e finalizzato allo sviluppo sostenibile di un’organizzazione significa piuttosto applicare professionalmente (e quindi, spesso, da professionisti) strategie di rilevante complessità che coinvolgono una pluralità di aspetti, anzi di universi (a rappresentarne l’ampiezza) concettuali e professionali. Solo per dire: etica, finanza, comunicazione, responsabilità sociale, fiscalità, media e new media, management.

Proveremo a raccogliere alcune “pillole tematiche” sul fund raising e a condividerle su questo blog, pillole che non hanno, Ça va sans dire, uno scopo “didattico”, ma di accendere semplicemente la curiosità su quello che riteniamo essere una potenziale chiave di volta per il successo di innumerevoli e diversificate iniziative, ma contemporaneamente un campo minato in cui è rischioso o controproducente avventurarsi improvvisando.

© Simona Biancu – Alberto Cuttica

A workable social!

Siamo ormai tutti dotati di un account Facebook e abbiamo sentito parlare di Twitter, Linkedin e forse anche di Foursquare, ma cosa sono davvero e soprattutto a cosa servono (se servono…)?

I social network sono prima di tutto una nuova forma di comunicazione, una rivoluzione nella rivoluzione del web che da unidirezionale è diventato interattivo, il famigerato 2.0.

Ogni social network permette ai propri iscritti di comunicare con le persone più vicine per gusti e interessi ed è per questo che ognuno di essi nasce con uno scopo ben preciso, a partire dal più famoso e discusso Facebook, creato per permettere ai compagni di università di restare in contatto e diventato un vero e proprio universo virtuale con 600 milioni di iscritti in tutto il mondo, di cui più o meno 17.000.000 solo in Italia. Twitter, che sta crescendo molto anche nel nostro Paese, si rivela, grazie alla sua caratteristica principale di essere usato in real time, molto efficace nella diffusione delle notizie. Non a caso, la sua fortuna esplode con la rivoluzione iraniana del 2009 quando si è affermata come “la voce degli insorti”. Il terzo che esamineremo nelle prossime “pillole” è Linkedin, l’unico che nasce a scopo prettamente professionale e che nelle ultime settimane è stato anche quotato in borsa con successo.

Anche se Linkedin è l’unico nato espressamente allo scopo di creare legami professionali, sono persuasa che i tre social network sopraccitati abbiano tutti importanti risvolti per il nostro lavoro. Prima di tutto, perché sono diventati nel bene e nel male il nostro primo biglietto da visita: a ognuno di noi sarà capitato di andare a cercare su internet qualcuno che ci è stato presentato come potenziale collaboratore o cliente. In secondo luogo, perché, proprio grazie alla capacità di unire persone che condividono gusti, opinioni e interessi simili, i social network riescono ad allargare la nostra cerchia di contatti. Attenzione, non uso la parola “amici” proprio perché considero questo termine, nella sua classica accezione, fuorviante. Dietro i nostri contatti sul web si nascondono preziose opportunità, non solo di vere collaborazioni, ma anche di approfondimento e, perché no, di divertimento! Il terzo motivo per cui ritengo sia meglio essere presente su almeno uno di questi social network è che in un mondo dominato dallo scambio e da quella che viene definita weconomy l’apertura sia un valore in sé e che, se gestita correttamente, possa portare buoni frutti.

Detto questo, non significa che ognuno di noi abbia l’obbligo di essere onnipresente, anche perché è fondamentale che vi sia aderenza tra il contenuto e il contenitore, quindi la cosa migliore è concentrarsi sul mezzo che più consideriamo nelle nostre corde e che più siamo in grado di gestire. Infatti, se si vogliono ottenere dei risultati dalla presenza in rete, è importante che essa sia costante, credibile e trasparente. Per fare questo, è necessario quindi impegnare una parte del proprio tempo… a meno di non volersi affidare a professionisti capaci 😉

Giulia Devani

COLLETT.IVA, Wikicrazia e Coworking

Lunedì 27 giugno 2011 – dalle ore 19.00
presso il Chiostro di s.m. di Castello
Piazza s. m. di Castello – Alessandria (mappa)

COLLETT.IVA
Wikicrazia e Coworking si incontrano

A seguito dell’evento “Fuori le idee! in 5 minuti.” l’associazione lab121 propone un’occasione di contaminazione artistica e condivisione di idee in stile COWORKING. I soci espongono le loro opere di arte e ingegno in una mostra capace di raccogliere pittori, architetti, scrittori, fumettisti, designer, illustratori, web e graphics designer, fotografi, stilisti, artisti …

Dalle ore 21,30, Alberto Cottica presenta “Wikicrazia – L’azione di governo al tempo della rete: capirla, progettarla, viverla da protagonisti“: “… ho capito che Internet cambia tutto, perché permette alle persone di ritrovarsi e collaborare in numeri abbastanza grandi non facendosi dirigere da un’organizzazione gerarchica, ma coordinandosi in modo leggero attraverso strumenti come quelli chiamati wiki …”

La partecipazione all’incontro è aperta a TUTTI.

Per maggiori informazioni:
info@lab121.org – Cell. 388.957.1115

La prima esperienza di coworking ad Alessandria

L’idea di creare un luogo di collaborazione tra professionisti nasce nell’aprile del 2009 traendo ispirazione dalla rete di Business Center e Hub dislocati in Europa e oltre oceano.

I Business Center sono aree uffici che prevedono la disponibilità di postazioni di lavoro “chiuse” per rappresentanti locali, aziende, professionisti e lavoratori autonomi che dividono sale conferenze, staff di supporto, servizi di telecomunicazione, attrezzature da ufficio, aree open space. I Business Center rappresentano un’ottima soluzione per la riduzione dei costi di gestione e organizzazione del luogo di lavoro.

Gli Hub sono una comunità globale di professionisti con esperienze differenti che lavorano per il progresso socio-culturale e ambientale. La modalità di lavoro che caratterizza gli Hub è il coworking, ovvero il creare opportunità di business mentre si svolge la propria attività nello stesso ufficio con esperti di differenti settori. Gli Hub rappresentano un’ottima risposta all’evoluzione sociale e ambientale degli ultimi anni: la sinergia tra professionisti permette lo sviluppo di soluzioni innovative, socialmente e ecologicamente sostenibili.

lab121 sarà un Business Center con le caratteristiche di un Hub, ovvero un centro uffici con la possibilità di utilizzare postazioni di lavoro in affitto temporaneo e creazione di collaborazioni professionali.

Partecipa a lab121 e avvia collaborazioni professionali

Partecipa a lab121 e avvia collaborazioni professionali

Perché 5 giovani professionisti hanno pensato di realizzare un progetto di coworking ad Alessandria? Domotica (Alberto), imprenditoria edile (Venusia), organizzazione di eventi (Mico), formazione (Stefania) e grafica (Alessandra) cosa hanno in comune? La voglia di offrire collaborazioni professionali condividendo valori di innovazione,responsabilità sociale e tutela ambientale al fine di creare business.

La decisione di far nascere lab121 ad Alessandria deriva da considerazioni inerenti il tessuto locale e dal desiderio di creare opportunità di lavoro e innovazione nella città dove i soci vivono. La Provincia di Alessandria ha un buon potenziale di risorse professionali e giovani talenti pronti a realizzare i loro sogni e i loro progetti.

In questo particolare momento per il mondo del lavoro, i professionisti incontrano sempre più spesso:

– crescita dei costi di gestione della sede di lavoro e delle attività di start up
– difficoltà a reperire competenze diverse dalle proprie
– complessità nel rapporto con gli enti locali e le imprese del territorio,

criticità alle quali lab121 intende fornire una risposta.

Oggi lab121 si presenta con “una vetrina sul web” – www.lab121.org i soci stanno lavorando per creare un “luogo” dove incontrarsi, utilizzare postazioni di lavoro a tempo e creare sinergie professionali per realizzare business.