Laboratori di CREAZIONE d’IMPRESA

Come reperire i giusti collaboratori? Qual è la forma giuridica più vantaggiosa per la mia attività? Quali contratti di lavoro posso stipulare? Come incrementare la mia rete di vendita? Dove trovare finanziamenti?

Lab121, community multiprofessionale per il coworking, presenta un ciclo di laboratori gratuiti d’informazione sulla creazione d’impresa realizzati dallo Sportello Creazione Impresa della Provincia di Alessandria: cinque diversi incontri con consulenti ed esperti, della durata di quattro ore ciascuno e un Business Game, una competizione a squadre per ricreare le condizioni di coinvolgimento decisionale e di analisi dei rischi legati al mercato e ai cicli di produzione di un’impresa reale e per mettere in pratica, divertendosi, strumenti di gestione aziendale, comunicazione efficace e leadership.

I laboratori sono rivolti a persone residenti o domiciliate in Regione Piemonte, saranno realizzati nel mese di settembre in Alessandria ed i posti sono limitati.

Calendario
03.09.11: Reperimento dei collaboratori

07.09.11: Tecniche di vendita e relazione
10.09.11: Tipologie di contratto
14.09.11: Scegliere l’abito (per la propria azienda)
24.09.11: Forme di agevolazione

17 e 19.09.11 Simulazione d’impresa – Business Game

È possibile scaricare dal sito www.lab121.org/eventi.html le schede informative dei singoli laboratori; per richiedere informazioni e per iscriversi è possibile contattare l’associazione lab121 all’indirizzo info@lab121.org

.:lab121

La bella estate

Chi parte, chi resta, chi è già tornato dalle vacanze e invidia quelli che ancora non sono partiti e sogna di essere al loro posto…

L’estate invece non va da nessuna parte, rimane dov’è, in compagnia di tutti, aspettando che il suo turno sia finito per potersene andare.

Per rendere più amabile la compagnia dei mesi estivi proviamo a prenderci cura di noi, almeno un pochino, curando di più, nel tempo libero, il corpo e lo spirito.

Che occasione per depurarci da tutte le scorie accumulate durante l’inverno e per impostare un modo più corretto di alimentarci!

Incominciamo dal BERE: acqua, acqua e ancora acqua; soprattutto fuori pasto, minerale o di rubinetto, naturale o gassata, facendo attenzione alla quantità di RESIDUO FISSO (è sempre indicata in etichetta), che non deve essere superiore ai 50 mg/litro.

L’acqua depura, rende il sangue meno denso, disseta, elimina scorie e tossine, fornisce una particolare qualità di energia. Bevendone molta, i vostri capillari, se sono molto scuri, li vedrete schiarire man mano. I reni si ripuliscono filtrando una maggiore quantità di urina. La pelle, meglio idratata, diventa più elastica e anche più luminosa quella del viso.

Bevetela a piccoli sorsi, trattenendola in bocca per qualche istante, pensando a quanto siamo fortunati noi, abitanti di una zona del mondo dove l’acqua scende da un semplice rubinetto. Riuscirete a gustarla davvero e imparerete anche a distinguere i diversi sapori di questo elemento che non è il liquido “incolore, insapore e inodore” di cui molti libri di scuola hanno scioccamente parlato.

Se volete aumentarne la capacità depurativa, aggiungete ad un bicchiere di acqua naturale una punta di cucchiaino di argilla, mescolate con cura e bevetela al mattino.

I PASTI d’estate pongono pochi problemi. Abbiamo una grande quantità di frutta e verdura, da mangiare a pasto e fuori pasto, cruda e cotta. Possiamo scegliere, a seconda della nostra costituzione, tra le verdure cotte al forno, a vapore, in pentola di coccio, in padella di ferro e quelle crude, freschissime se siamo così fortunati da possedere anche un orto.

Accostiamo i colori, imparando dall’oriente, in modo che anche l’occhio sia gratificato dalla bellezza.

La PELLE va protetta con olio o crema o emulsione: tutto dipende dalla qualità della pelle medesima. Diffidiamo delle protezioni all’ennesima potenza: potrebbero essere trappole. Quello che conta è la qualità del prodotto.

PRECAUZIONI: per evitare i tipici mali di pancia che affliggono chi beve sostanze ghiacciate, chi cambia radicalmente alimentazione trovandosi in paesi molto caldi e lontani, chi si azzarda a mangiare non speziato in quei luoghi dove le spezie si aggiungono quasi ad ogni cibo, portiamoci in viaggio argilla in compresse, olio essenziale di limone e la consapevolezza che il cibo è una parte importante della cultura del mondo e non dobbiamo pretendere spaghetti in Malesia.

A tutti quelli che vanno, a tutti quelli che restano, buone vacanze e a presto.

Franca Amighetti – Naturopata-Heilpraktikerin

Vacanze a 4 zampe, una coda, qualche pelo e 2 piedi

Per i professionisti arrivano le meritate vacanze e per coloro che vivono con un animale domestico, giunge finalmente il momento di trascorrere un po’ di tempo insieme tra coccole e divertimento.

 Dove trascorrere le vacanze con il proprio 4zampe? E’ importante scegliere un luogo dove rilassarsi dal lavoro, un contesto di benessere sia per i professionisti che hanno vissuto lo stress di un anno di lenta ripresa economica sia per i loro amici pelosi che hanno rinunciato a qualche gita nel parco per permettere al loro padrone di concludere qualche contratto.

Per la scelta delle ferie ci sono siti utili da consultare: Protezione Animali, Dog Welcome, Vacanze bestiali.

Check per la partenza:

  1. assicurarsi che il cane abbia il microcip (le ASL-Veterinarie microcippano i cani a costi ridotti)
  2. libretto sanitario (assicurarsi che il cane sia in regola con le vaccinazioni e se andate all’estero verificate le vaccinazioni richieste es. antirabbica)
  3. se il cane non è abituato a viaggiare in auto o mangia cibo umido, abituatelo per tempo a macchina e crocchette

Disagi & Abbandoni

Nel periodo estivo molti cuccioli indesiderati in età adottabile sono abbandonati. Gli ex-proprietari di animali mettono a rischio la vita dell’animale (non abituato a vivere in strada) e la vita delle persone, in particolare automobilisti.

Chi abbandona un cane commette un reato e tocca a noi cittadini tenere gli occhi aperti. Le persone che rispettano il loro prossimo e i loro amici, rispettano anche gli animali, se non appartieni a questa categoria ricordati che:

– la legge quadro in materia di animali di affezione e prevenzione del randagismo condanna gli atti di crudeltà contro di essi, i maltrattamenti ed il loro abbandono, al fine di favorire la corretta convivenza tra uomo e animale e di tutelare la salute pubblica e l’ambiente.

– l’abbandono degli animali, che prevede inoltre l’arresto fino ad un anno o ammenda da1000 a 10 000 euro.

Esistono associazioni e strutture che accolgo i cani non più voluti dai loro padroni, si tratta di realtà dove puoi portare il tuo 4zampe senza causare danni a lui o persone.

 

 

 

Buone vacanze a chi viaggia con 4 zampe, una coda, qualche pelo e 2 piedi!

 Animal’s Angels

E-book (o ebook): “Ah! I libri col compiuter!”

“Fare i libri col computer “ (quando non “scrivere i libri col computer”) o “leggere i libri col computer” sono espressioni cui ormai ci siamo abituati; seppur testimonianza di un sostanziale analfabetismo digitale rivelano però una ormai acquisita percezione, se non coscienza, che negli scaffali della libreria qualcosa sta cambiando. Si potrebbe anche parlare di “analfabetismo digitale di ritorno”… ma questa è un’altra storia.

“Ah! I libri col compiuter!” è espressione che ha un significato profondo molto interessante.  Gli e-book sono i ”i libri col compiuter”, quasi che la componente hardware fosse un tutt’uno con il contenuto (retaggio della fisicità del libro cartaceo in cui il contenuto è tutt’uno col supporto? O tentativo di ricondurre l’esperienza dell’e-book a qualcosa di noto e comprensibile?), come se la tecnologia fosse “dentro” questo nuovo oggetto immateriale, e non intorno ad esso.

Inducendoci a questo comportamento linguistico l’e-book ci costringe però a prendere atto della definitiva scissione fra contenuto e “contenitore, chiave di volta del futuro di scrittori, poeti, giornalisti e di tutti coloro che hanno a che fare con la parola scritta e con i contenuti in particolare. Scissione peraltro già avvenuta, ad esempio, con la televisione, ove i contenuti, cioè i programmi TV, possono essere fruiti indipendentemente dal tipo di “contenitore” per mezzo del quale si fruiscono. Non a caso  si dice che guardiamo “la televisione” e non “i programmi Tv”, (come se la fruizione consistesse nel contemplare l’elettrodomestico, e non i contenuti che veicola).

Ma mentre la televisione  è nata così, scissa, il libro a stampa è nato come un “unicum” strutturale in cui il contenuto è inscindibile dal suo supporto , pena la cessazione della sua stessa esistenza.
La scissione fra contenuto e supporto, portata dal nuovo medium librario, è andata poi ad intaccare quella sacralità che il libro assunse prima dell’avvento della stampa, soprattutto gutemberghiana, quando era monopolio esclusivo dell’ambito ecclesiastico (l’unico ad avere le competenze, cioè la capacità di scrittura e lettura, e le risorse, ovvero i monaci, per la (ri)produzione e la fruizione dei libri); sacralità divenuta poi status symbol con la ripresa di potere della nobiltà laica e successivamente con  l’avvento della borghesia in era industriale, quando addirittura il valore del possesso del supporto è andato a sovrapporsi, se non a sostituirsi, al valore della conoscenza del contenuto (pensiamo a certe case piene di libri non letti, o al classico 3 sdraiati, 2 in piedi e 1 in diagonale che ogni arredatore ha piazzato, almeno una volta nella vita, sugli scaffali di qualche cliente, o all’acquisto di volumi antichi come forma di investimento).

“Libri col compiuter” diventa quindi il tentativo di ricostituire quell’unicum allo scopo di cercare di ricondurre l’oggetto ad una dimensione del conosciuto, e quindi potersi confrontare con esso senza complessi.

”Libri col compiuter”, riunificando  contenuto e supporto, tranquillizza e rasserena; forse aiuta ad affrontare il cambiamento creando una “categoria mentale” facilmente gestibile, il cui primo scopo, probabilmente, è evitare la questione se l’e-book sostituirà il libro cartaceo oppure no.
La televisione non ha sostituito la radio o il cinema, come temevano i suoi detrattori; ci ha provato, e dopo un periodo di affiancamento c’era quasi riuscita. Ma Cinema e radio sono ancora lì. Gli orologi con display digitale non hanno sostituito gli orologi a lancette; dopo un periodo di grande diffusione si sono affiancati ai loro predecessori, ed ora anzi sembrano un po’ arrancare alle loro spalle.

Processi culturali e mercato, checché se ne dica, sono difficili da prevedere o da guidare, ci si può provare, ma non è detto che ci si riesca; per cui dire se gli e-book sostituiranno i libri cartacei è questione oziosa quasi quanto stabilire se sia nato prima l’uovo o la gallina.
Indispensabile, invece, dotarsi degli strumenti emotivi e culturali per affrontare un cambiamento che pare essere ineludibile, qualunque cosa accada.

Perché la vera rivoluzione deve ancora arrivare. Perché come la più moderna delle automobili, capace di parcheggiarsi da sola grazie ai sensori, ai microprocessori e ai servocomandi, anche l’e-book è basato  su una tecnologia di base che è, sembrerà strano, indiscutibilmente vecchia.
La più tecnologica delle autovetture continua infatti ad essere basata su una tecnologia vetusta: il motore a scoppio (e per brevità non scomodiamo la ruota). Il più sofisticato strumento di fruzione della parola scritta, che sia e-book, giornale on line, aggregatore di feed , tablet, smartphone e quant’altro, è basato ancora su una funzione umana vecchia di migliaia di anni: la lettura e la decifrazione di segni  per mezzo della vista.

Ancora nulla di veramente nuovo sotto il sole. Continuiamo, semplicemente, a leggere.

Mauro Baldassarri – www.mbfabrica.it

Aiuto umanitario, compassione emotiva o azione politica?

Di fronte ai peggiori orrori che accadono nel mondo, come ci comportiamo e quali sono le reazioni scatenate dalle immagini che vediamo nelle nostre case? Quali le emozioni smosse in noi, “elegante minoranza privilegiata” del mondo abitato, di fronte ad eventi catastrofici di portata mondiale quali, ad esempio, il genocidio nei Balcani o, più recentemente, il terremoto caraibico di Haiti? Beh, il mondo occidentale sembra avere la possibilità di opzione tra il sedersi sul divano ed interessarsi del mondo a “tele-comando”, e l’iniziare coscientemente a riflettere e fare i conti con quello che vede.Oggi, le immagini stampate sui quotidiani e, soprattutto, quelle presentate alla tv sono spesso strazianti, ma, allo stesso tempo, restano estremamente distanti dalla nostra vita. Sembrerà banale e scontato ma, come cambiano le emozioni quando il mondo, improvvisamente, sembra ribaltarsi e da spettatori diventiamo attori proiettati nel grande schermo degli “altri”?

Cosa accade quando gli avvenimenti sono il crollo delle torri gemelle dell’11 settembre, piuttosto che soldati di casa nostra che cadono “in cosiddette
missioni di pace”? Forse, sarebbe necessario chiedersi perché non basta guardare la televisione, commentare increduli, commuoversi e tradurre quell’emozione in un contributo che, delegando associazioni umanitarie, sia volto a sentirci più partecipi delle sofferenze oppure meno in difetto nei
confronti delle popolazioni più svantaggiate.

Storicamente, solo i missionari impegnati a salvare anime, oppure i comunisti intenti a fomentare rivoluzioni agivano sulla base di un sistema di valori ispirati alla solidarietà universale. Valori che oggi sembrano divenuti di dominio collettivo, almeno per coloro che sperano in un mondo migliore. Venendo all’azione umanitaria, nonostante i continui sforzi di attuazione, il suo successo appare oggi un fenomeno di difficile realizzazione e, probabilmente, non ci si è ancora resi conto o non si è ancora voluto accettare che risolvere tutti i problemi del mondo è un’utopia e che non esiste motivazione razionale per credere di essere in grado di farlo. Purtroppo, questo è sovente giustificato dal fatto che, anche nelle migliori condizioni, l’intervento umanitario è sovente fallimentare perché non sostenibile nel tempo. H. Roy Williams, ex direttore delle operazioni estere di IRC ha brevemente riassunto la situazione dichiarando che “le organizzazioni umanitarie non sono in grado di affrontare le crisi che ci circondano”.

L’azione umanitaria non è la risposta più appropriata alle infinite sofferenze dei paesi poveri, alle guerre, alle carestie, ma resta comunque una responsabilità che società più fortunate devono abbracciare.

Nonostante i ripetuti fallimenti, le organizzazioni umanitarie non devono rinunciare a lottare, al contrario dovrebbero intensificare le proprie azioni da un punto di vista della sensibilizzazione collettiva e del coordinamento. Ma ecco intervenire un altro aspetto della cooperazione umanitaria.

C’è bisogno di prevalere, di arrivare per primi, di “vincere una guerra nella guerra” con le altre organizzazioni. C’è la necessità, come avvenne sulla luna, di collocare la propria bandierina colorata, di esporre il logo che, accanto all’immagine scioccante di turno, attraverso uno
scatto fotografico verrà tradotto in mailing, dunque denaro per la sopravvivenza di quella o quell’altra organizzazione.

In conclusione, occorre riflettere sulle reali motivazioni che, oggi, muovono le azioni umanitarie e di quanto esse siano o meno legate agli interessi politico-economici dei donatori mondiali. Forse, in così facendo, si smetterebbe di rincorrere il prestigio e la “vincita del premio” – i fondi dei donatori – e si tornerebbe ad agire secondo quei valori di solidarietà che hanno mosso e caratterizzato il mondo alla cooperazione umanitaria ai suoi arbori.

Il punto è ritrovare la genuinità ed il fine, primo ed ultimo, degli aiuti umanitari, ovvero l’Altro. Noi, privilegiati abitanti del mondo occidentale, potremmo e/o dovremmo preoccuparci molto di più dell’Altro?

Andrea Mussi

Pubblicità comportamentale e privacy

La pubblicità, in ogni sua forma, è come un’ombra che ci segue passo passo durante le nostre giornate; siamo talmente assuefatti ed ipnotizzati dalle sue forme camaleontiche che a volte non ci rendiamo nemmeno conto di quanti messaggi pubblicitari riceviamo e, soprattutto, di quanti feedback mandiamo.

Nell’era di Internet si è andata via via diffondendo e sviluppando una forma particolare di pubblicità: quella “online”. Questa forma di pubblicità rappresenta, senza ombra di dubbio, uno dei segmenti più dinamici e, purtroppo, più invasivi chela Reteporta con sè.

Una delle più recenti creature della pubblicità “online” si chiama pubblicità comportamentale. Con questo termine si intende il tracciamento degli utenti in rete, con il preciso scopo di desumere, dall’analisi delle loro azioni, un “profilo comportamentale” che possa ottimizzare i risultati commerciali attraverso la trasmissione di messaggi pubblicitari “personalizzati”.

Ma come è possibile tracciare questo profilo comportamentale e quali sono le tecniche più diffuse?

Le tecniche utilizzate sono per lo più basate sull’elaborazione delle informazioni derivanti da motori di ricerca e dal terminale dell’utente attraverso i cd. “cookies”. Esistono inoltre i cd. “flash cookies”, la cui adozione è in forte aumento perchè consentono di superare le limitazioni insite nella cancellazione dei cookies tradizionali.

Tuttavia le tecniche di tracciamento, oltre ad essere altamente invasive, possono risultare totalmente invisibili per gli utenti. Per tali motivi sono sorte svariate problematiche correlate alla legalità di tale pratica e, in particolar modo, per quanto attiene alla protezione dei dati personali e della vita privata dei singoli internauti. Sono intervenuti infatti tutti i legislatori e le autorità di protezione sia a livello nazionale che europeo attraverso un gruppo di lavoro che ha elaborato nel 2010 un parere  che fornisce un quadro giuridico di riferimento abbastanza articolato.

Secondo le linee guida fornite, la pubblicità comportamentale soggiace alle disposizioni delle direttive e-privacy (2002/58/CE) e privacy (95/46/CE) o, nello specifico, della relativa normativa italiana di attuazione, vale a dire il Testo Unico sulla Privacy (D.Lgs. 196/2003). Peraltro, la direttiva e-privacy è stata modificata dalla recente direttiva 2009/136/CE che avrebbe dovuto ricevere attuazione nel territorio italiano entro la data del 25 maggio 2011 (scadenza che è stata, come di consueto, ignorata).

In buona sostanza, nel parere si evidenzia l’assoluta inadeguatezza degli strumenti tradizionali offerti dai  browsers comunemente utilizzati, basati sul rifiuto preventivo e generalizzato dei cookies, e, dall’altro, l’opportunità di implementare meccanismi alternativi incentrati su un’azione positiva dell’utente stesso, dalla quale possa risultare la sua volontà di ricevere cookies e di accettare il relativo monitoraggio delle sue attività online, con lo scopo di ricevere messaggi pubblicitari personalizzati.

Per quanto concerne invece gli obblighi informativi, sul rispetto dei quali si basa la validità del consenso, è stata considerata insufficiente la semplice menzione dell’uso della pubblicità comportamentale all’interno delle condizioni generali del sito e/o dell’informativa privacy; è necessario infatti che agli utenti venga comunicato, in modo chiaro e semplice: i) chi è il responsabile del trasferimento dei cookies e della raccolta delle informazioni, ii) il fatto che i cookies verranno utilizzati per creare un profilo dell’utente, iii) il tipo di informazioni raccolte, iv) l’utilizzo del profilo per la trasmissione di messaggi pubblicitari personalizzati, v) la possibilità che l’utente sia identificato attraverso i cookies su diversi siti web.

Allo stato però, vista l’inerzia mostrata dagli organismi italiani in ordine al recepimento e all’attuazione di specifiche norme a tutela dei singoli utenti, mi pare che l’unico rimedio all’invadenza della pubblicità comportamentale sia rappresentato dall’occhio vigile degli internauti.

Fabio Saini

Una “buona causa” per fare fund raising

Raccogliere fondi, mezzi, risorse. Sì, ma per cosa? Soprattutto, perché un soggetto – potenziale donatore – interpellato per “dare”, dovrebbe accogliere la richiesta ricevuta?

Abbiamo parlato di fund raising come costruzione di relazione fra chi deve trasmettere un messaggio relativo allo scopo per cui si richiede un finanziamento e chi deve rispondere ad esso. Si coglie intuitivamente l’importanza fondamentale che ha lo scopo per cui io chiedo. Ecco, questo concetto, intuitivo e banale, è in realtà un asse portante del fund raising: la Buona Causa. Si tratta del buon motivo per cui qualcuno dovrebbe avere intenzione e voglia di ascoltare la nostra richiesta ed assecondarla; la mission, dunque, ma dal punto di vista del donatore, che deve quindi contenere tutti gli elementi necessari a far nascere il senso di condivisione e accettazione della richiesta ricevuta.

La Buona Causa, per essere efficace, deve pertanto essere semplice e convincente, essendo il sostrato su cui poggia la comunicazione dell’organizzazione che sta facendo fund raising. Vale la pena insistere su questo aspetto che, pur nel suo essere fondamentale, è spesso trascurato, probabilmente dato per scontato da chi si dedica ad una o a molte attività per cui chiede sostegno a terzi. E’ un corto circuito comunicativo frequente: l’organizzazione (parliamo di no profit, o volontariato, ad esempio) nata per realizzare iniziative e progetti contro la discriminazione verso Tizio e Caio è così emotivamente motivata e consapevole delle esigenze e delle problematiche di Tizio e Caio e così convinta della bontà e qualità delle iniziative che vuole realizzare per sensibilizzare il mondo su questo tema, che (spesso inconsciamente) presuppone più o meno la stessa consapevolezza anche in chi riceve una richiesta di sostegno, e trascura (può anche non esserne capace) di delineare con la massima chiarezza cosa sta facendo, cosa vuole, perché.

Quindi: l’organizzazione ha un gran bel progetto, ci crede fortissimamente e si rivolge all’esterno per cercare un sostegno scontato, così scontato (per l’organizzazione) che non si spiega adeguatamente con gli uditori esterni, i donatori.

Oppure, caso parzialmente diverso, altrettanto frequente: l’organizzazione è convinta di sapere perché esista, cioè quale sia il suo scopo e le azioni da realizzare, ma non lo è del tutto, e non è quindi in grado di essere coinvolgente all’esterno. Occorre ricordare che stiamo parlando di aggregazioni di persone: la cosa più ovvia che succeda è che non tutte abbiano la stessa idea, inconsapevolmente l’una dall’altra, o meglio ciascuna è convinta che quella degli altri coincida con la propria. Non è sempre così, e “da fuori si nota”.

Stiamo quindi definendo il carattere strategico della Buona Causa: averla, riconoscerla, definirla, trasmetterla. In quattro passaggi verbali è racchiuso un nucleo imprescindibile per fare fund raising e per farlo bene e consapevolmente. Quattro passaggi non significa che sia semplice: le variabili in gioco, gli elementi di contesto e di “disturbo” sono diversi e non facili da individuare e comporre. Si tratta di uno sforzo analitico in realtà indipendente dalla necessità o volontà di raccogliere risorse da terzi; un esercizio mirato, per così dire, a delineare la “carta di identità” dell’organizzazione, per usare un’immagine che renda conto di quanto da essa dipenda in realtà l’essenza stessa e l’azione del soggetto. Carta d’identità, fotografia, biglietto da visita: sono oggetti che hanno in comune un aspetto, rappresentano, in forma scritta e visiva, qualcuno agli occhi di qualcun altro. La stessa cosa vale per la Buona Causa, che per essere efficace e immune dai rischi di gap percettivo o comunicativo di cui abbiamo detto, dovrebbe essere tradotta – “rappresentata” formalmente – in un documento (il cosiddetto Documento di Buona Causa).

Il problema è che scattarsi o farsi scattare una fotografia, come avere una carta d’identità, è ormai pressoché automatico o comunque non richiede particolari sforzi. Formalizzare la propria Buona Causa è sforzo di tutt’altra portata. Constatiamo, nella pratica, le criticità legate alla difficoltà di analizzare e definire sé stessi (come organizzazione). Ma di questo parliamo, prevedendo tra l’altro un certo rigore negli aspetti da inquadrare: la missione, gli obiettivi strategici e non solo, l’organigramma, progetti realizzati e in programma, bilanci e altri aspetti quantitativi, indicatori di valutazione.

Questo approccio può comportare una reazione del tipo “no, grazie, niente autocoscienza”, con il rischio di uno scarto nella direzione (e nel difetto) opposta: partire lancia in resta a fare cose senza sapere esattamente cosa e perché. Capita spesso, però, che tertium non datur, nel senso che non ci siano grosse vie di mezzo: nel momento in cui chiunque riceva una richiesta di risorse da parte di qualcun altro, la prima domanda, espressa o no, come dicevamo in apertura è: per che cosa? Ecco, avere a chiare lettere una Buona Causa è un ottimo modo per sapere rispondere o, addirittura, prevenire la domanda.

Simona Biancu – Alberto Cuttica