Guida al turismo sostenibile

Qualcuno sarà già stato in ferie, mentre altri aspettano ancora impazienti il momento della fuga verso mete turistiche di mare o montagna, o ancora alla scoperta delle ricchezze culturali delle molte città d’arte, italiane e non. Ma vi siete mai chiesti se il vostro modo di vivere le vacanze rispetta l’ambiente? Se il vostro è un tipo di turismo sostenibile?

Cos’è l’ecoturismo e il turismo sostenibile

Tempo di spegnere il computer, lasciare i documenti sulla scrivania e la cravatta a casa, insomma si parte per le vacanze. Bellezza dei luoghi, genuinità dei cibi, mezzi di trasporto e alloggi a basso impatto ambientale, rispetto della cultura locale, prezzi equi, ecco cos’è il turismo ecologico.

Negli ultimi anni si sta sempre più sviluppando l’ecoturismo definito, durante il Summit di Quebec nel 2002, come un modo di viaggiare responsabile, il cui il turista visita e soggiorna in un paese straniero conservando e rispettando l’ambiente naturale e la cultura del luogo, sostenendo e contribuendo alla crescita economica e al benessere della popolazione locale.

Come si organizza una vacanza eco?

Se si desidera pianificare una vacanza green e dunque responsabile il mio primo consiglio è informarsi. In Italia esiste l’Associazione italiana turismo responsabile (Aitr), che promuove la cultura e la pratica di viaggi di turismo responsabile, favorisce la conoscenza, il coordinamento e le sinergie tra i soci, dove poter affidarsi a un tour operator affiliati, mentre se si organizza da soli il viaggio e si vuole puntare sulla sostenibilità ambientale, è preferibile soggiornare in strutture che hanno conseguito il marchio di certificazione Ecolabel, o cercare forme di ricettività integrate nell’ambiente come ad esempio l’Albergo diffuso. Esistono inoltre altre forme di ricettività ecologica come gli Ecovillaggi e le fattorie didattiche che organizzano attività adatte anche ai bambini”.

Prima  della partenza: è necessario programmare il viaggio in modo da ridurre l’emissione dei gas serra (utilizza il treno o il trasporto pubblico, preferendoli se possibile all’aereo) e informarsi su come ridurre l’impatto ambientale e sostenere l’economia locale sui progetti di conservazione o sviluppo che è possibile visitare in loco. Inoltre è bene, al momento in cui si preparano i bagagli, eliminare gli imballaggi superflui per evitare di produrre rifiuti una volta arrivati nella meta turistica.

Durante il viaggio: contattare una guida locale, immergersi nelle tradizioni e nella storia dei luoghi anche attraverso i prodotti e i cibi  per una vacanza autentica e rispettare la cultura e le tradizioni locali. Per inquinare meno, utilizzate il trasporto pubblico ed evita lo spreco dell’acqua e delle risorse naturali. Ricordatevi di acquistare come souvenir prodotti locali ed evitare quelli importati, evita di acquistare manufatti che derivino da animali o vegetali in via d’estinzione.

Al rientro: fornire feedback, commenti e suggerimenti per ridurre l’impatto ambientale e aumentare i benefici per la comunità locale sia al tour operator e agli amici. Il passaparola è un ottimo mezzo di comunicazione, in particolare quando si vuole diffondere una buona pratica.

Anche i costi possono essere sostenibili

Indicativamente i costi non sono più alti rispetto a quelli di un viaggio tradizionalmente inteso, perché derivano dalla qualità dei servizi, dalle attività offerte e non dal fatto che sia un modo di viaggiare attento alle tematiche ambientali e sostenibili. Il costo di un viaggio che utilizza la filiera corta e l’eliminazione di intermediari reca un giusto guadagno agli operatori diretti che spesso per raggiungere l’obiettivo di certificazione ambientale, svolgono il doppio degli sforzi. Se il viaggio subisse dei costi leggermente maggiori credo non debba andare a discapito dell’esperienza che può offrire. Un po’ come il discorso dell’agricoltura biologica dove paghiamo la qualità, non paghiamo di più.

Aumento degli eco-turisti

Il turismo responsabile che va prendendo sempre più piede anche in Italia. Secondo le stime dell’Aitr, in un anno i “turisti solidali” sono aumentati del 5-6% e nel 2011 gli italiani che hanno scelto un viaggio ‘diverso’ sono 7 mila. Ma il numero “potrebbe essere 10 volte superiore”, se al gruppo di turisti che acquista il pacchetto vacanza dai tour operator specializzati si aggiunge anche tutta quella fetta di chi prenota on line, preferendo le vacanze fai da te.
E’ un turismo che piace soprattutto alle donne che sono il 60% della clientela, e ai giovani adulti, cioè alle persone tra i 30 e i 40 anni. I giovanissimi rimangono un po’ esclusi da questo tipo di viaggio soprattutto per motivi economici. I turisti solidali partono tutto l’anno, ma il picco di prenotazioni, coincide con il mese di agosto e le vacanze natalizie. Tuttavia per quanto riguarda le vacanze green di noi italiani si constata che i viaggiatori di ecoturismo e di turismo responsabile siano percentualmente molto più alti nei paesi dell’Europa settentrionale, in particolare Germania e Regno Unito, piuttosto che in Italia.

Mete possibili nel Belpaese

La scelta del posto in cui andare a trascorrere le vacanze è una questione di preferenze personali. Tuttavia in Italia si può fare ecoturismo. Per avere maggiori idee sulla meta preferita, consultate operatori specializzati, che riuniscono in Italia le località di eccellenza attente alle tematiche ambientali e sostenibili. Solo per citare i maggiori: il Touring Club Italiano con il progetto Bandiere Arancioni, i Borghi più belli d’Italia club voluto dall’ ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) e i Borghi Autentici d’Italia che riunisce, comuni definiti “minori” perché con meno di 5 mila abitanti, che hanno voglia di non dissolversi a causa della globalizzazione e operano con vari progetti di sviluppo e valorizzazione. Inoltre esistono le Oasi Wwf, luoghi di straordinaria bellezza nati per difendere la biodiversità.

Silvia Bandirotto – www.nuovi-turismi.com

FreeLance double face

Il freelance è una persona che lavora per se stessa, ha il proprio business come una micro-impresa.

Vantaggi o svantaggi?

1. Lavorare come freelance significa che tu sei il tuo boss. Sei tu che organizzi il tuo business strategico da ogni punto di vista. Essere padrone del tuo destino professionale è fonte di grande soddisfazione. Tutto dipende però da che tipo di boss sei. Se pretendi molto da te stesso e ti impegni nel lavoro avrai una soddisfacente attività imprenditoriale, d’altro canto, se sarai un capo incapace di lavorare per obiettivi, con impegno e determinazione, chiuderai i battenti ancor prima di aver aperto partita iva.

2. Orari di lavoro flessibili. Essere un freelance ti permette di lavorare quando vuoi e talvolta anche dove vuoi. Puoi lavorare da casa, con il computer in giardino o in un centro per il coworking. Hai inoltre la possibilità di seguire i tuoi ritmi di vita decidendo di dedicare al lavoro il mattino o le ore tarde della sera. E’ vero che devi avere la capacità di organizzare i tuoi spazi e tempi di lavoro se non voi rischiare di lavorare 24 ore su 24 o di farlo da casa in pigiama e pantofole.

3. Puoi scegliere le attività che più ti piacciono. Ci sono mille opportunità di lavoro da freelance: data entry, editing, giornalismo, web designing, programmazione .. sta a te scegliere a seconda delle tue attitudini. L’opportunità di scelta è davvero un grande lusso per il mondo del lavoro, prima però di poter essere tu a decidere quali commesse accettare potrai dover fare un po’ di gavetta e dedicare te stesso e le tue energie anche a progetti che poco ti appassionano e che d’altra parte ti consentono di pagare le bollette.

4. Hai una prospettiva globale dell’attività di lavoro. La maggior parte dei lavori da dipendete non permette di avere una visione d’insieme del business. Poter seguire un progetto dall’inizio alla fine in tutte le sue sfumature è veramente una grande soddisfazione! E’ anche un impegno non da poco, è necessario che tu diventi esperto dalla tua materia e anche un po’ tuttologo, competente per i contenuti che più ti riguardano e curioso nell’imparare con umiltà ciò che non conosci, senza mai accontentarti di risposte generiche.

5. Non ci sono limiti ai contratti di lavoro! Puoi lavorare con e per più persone contemporaneamente realizzando attività e portando a termine consegne differenti facendoti pagare per tutte. Sei responsabile del tuo lavoro! Puoi anche lavorare per così tanti clienti e cercare di portare a termine un numero di progetti così elevato da non dormire la notte e azzerare la tua vita sociale.

6. Nella maggior parte dei lavori da freelance puoi decidere quanto vuoi guadagnare valutando il tempo che dovrai dedicare all’attività da svolgere e quanto quel tipo di progetto ti appassiona. Ci sono lavoratori autonomi che guadagnano molto più dei lavoratori dipendenti. Esistono ahimè anche attività da freelance che acquistano molto l’accezione “free” della professionale, quasi a cadere nel volontariato. E’ importante essere consapevole del servizio che offri e imparare a chiedere quanto vali!

Resti nell’acquario affollato o Freelance?

Pillole di Business

I valori principali del coworking secondo Alex Hillman – Indy Hall – Filadelfia

Alex Hillman, fondatore di Indy Hall, centro per il coworking di Filadelfia, ha pubblicato sul suo blog quelli che ritiene essere i valori portanti del coworking. lab121 ha chiesto ad Alex di poter tradurre il post sul valore dell’Apertura, valore portante del coworking.

I valori principali del coworking 3 di 5: Apertura

Questo post è la terza parte di 5 sessioni che indagano i 5 valori fondamentali del coworking: Collaborazione, Apertura, ComunitàAccessibilità, e Sostenibilità.

Il valore portante dell’Apertura potrebbe sembrare ridondante dopo aver letto la sezione sull’ accessibilità, ma c’è un’importante sfumatura da cogliere.

Il coworking, un po’ come il movimento del Barcamp, è stato fondato da un gruppo di sostenitori della metodologia open source. Le loro idee di Apertura hanno caratterizzato esperienze come Barcamp e Coworking e in prima battuta hanno rappresentato la motivazione fondante di entrambi i movimenti; quindi senza questo valore portante, io non sarei probabilmente qui seduto a scrivere questo testo, e sicuramente non avrei una comunità globale di partecipanti al coworking da poter chiamare amici – compagni.

Credo che  Chris Messina parli di questo argomento centrando bene il punto,

Apertura è sfortunatamente una parola che suona in qualche modo vecchia, perde i suoi denti e si dimentica che cosa significa realmente . . . C’è l’Apertura di Facebook e l’Apertura di Adobe e l’Apertura del governo e tutte hanno una diversa accezione. Quando penso all’Apertura, io penso alla libertà, alla forkability (sviluppatori che lavorano insieme ad un progetto di free software) e interoperability (integrazione tra sistemi). Indipendentemente della definizione di “Aperto” o “Apertura” che tu utilizzi — si, tu devi sempre lottare per l’Apertura, e devi sempre lottare per prese di decisione più trasparenti, esensibili, liberali, e non ambigue.  Questo dovrebbe essere ad esempio il caso di situazioni tanto morali quanto economiche. Quando penso all’Apertura penso anche alla biologia e al corpo umano. Il corpo umano è un sistema Aperto ed evolve grazie alla sua Apertura.  Il corpo umano scambia costantemente cose che hanno poco valore con cose che ne hanno di più. Se pensi all’ossigeno e alla CO2 o particelle nutrienti e scarto, al ciclo del corpo – entra il valore ed esce lo scarto. Ci vuole Apertura per vivere.

Di fatto Chris e i primi fondatori del coworking hanno realizzato che rendendo il coworking “Aperto”, gli si permette di evolvere in qualche cosa di più grande di quanto ogni singolo membro potrebbe realizzare– e questa è davvero la parte più interessante dell’idea.

Libertà

Il movimento del coworking incarna la libertà e l’indipendenza. Rappresenta la scelta, l’ultimo gradino della libertà. Coworking Seattle sostiene…

Il coworking riguarda la scelta personale di lavorare accanto ad altre persone anzichè in isolamento.

…e questa affermazione suona reale anche a Brad Neuberg’s comments a proposito di cosa lo ha guidato nel creare il primo gruppo di coworking.

Forkability

L’idea è importante su due livelli.

“Forkability” è l’abilità di prendere  la “fonte” di un progetto e usarla per realizzare un nuovo progetto. In ambito software, la fonte è il codice. Nel coworking e in altre applicazioni non-software, la fonte è la lezione appresa, l’idea eseguita, e i valori portanti.

Il coworking è diventato un fenomeno globale perchè l’idea era “forkable”. I primi fondatori hanno realizzato le loro lezioni, idee, e valori rendendole utilizzabili da persone come me affinchè possiamo realizzare la nostra versione prendendo spunto da ciò che hanno fatto loro. E a nostra volta, noi abbiamo creato ancora più possibilità per coloro che decidono di aderire al movimento.

A livello locale, forkability significa che i membri di uno spazio per il coworking dovrebbero essere capaci di renderlo ciò che vogliono che sia, con motivato entusiasmo.

Ho descritto Indy Hall come un ufficio dalla “tela bianca”. Cioè, cosa accade quando offri solo strumenti base per l’ufficio – scrivanie, sedie, energia, internet, sale riunioni, bagni– e lasci che siano le persone che frequentano l’uffici a decidere cosa è importanete per loro? Offri loro l’opportunità di renderlo proprio.

Le belle storie che racconto di ciò che accade a Indy Hall non sono cose che Geoff o io abbiamo fatto in modo accadessero. Le belle storie che racconto di ciò che accade a Indy Hall sono tutte storie di altre persone, i nostri membri, che hanno costruito sulla cima della più struttura più basilare che noi potessimo offrire.

Ciò che è davvero speciale del coworking è che offre l’opportunità alle persone di trovare soluzioni alternative ai loro problemi, anzichè ripiegare nuovamente sulle vecchie soluzioni che già non funzionavano.

I nostri membri sanno che noi siamo Aperti al fatto che loro contribuiscano all’evoluzione di Indy Hall, in particolare quando le decisioni che prendono offrono dei benefit anche agli altri membri oltre che a loro stessi.

Interoperability

Ancor più importante, abbiamo contribuito il più possibile ad arricchire il concetto di coworking che ci hanno fornito i fondatori del movimento. Questa è la principale motivazione che mi spinge a condividere il più possibile contenuti tanto sul blog che sul gruppo di Google di Coworking. Ho imparato così tanto dagli altri, e ora voglio ricambiare il favore.

Con tutte le realtà di coworking che si sviluppano oggi, come si può condividere, mantenendo l’ecosistema vivo e in buona salute?

Io credo che il comprendere e condividere i principali valori – Collaborazione, Apertura, Comunità, Accessibilità, e Sostenibilità– si la chiave per mantenere l’interdipendenza tra le diverse iniziative di coworking.

Valori comuni creano una base comune per discutere e comprendersi. Essere capaci di mettere insieme idee e opinioni disparate sarà sempre più necessario perchè impariamo di più stando alle spalle delle  persone che lavorano, e continuiamo  ad esplorare il come le persone lavorano e perchè lavorano.

Cos’altro? Qui ci sono gli altri testi sul valori portanti: Collaborazione, Apertura, ComunitàAccessibilità, e Sostenibilità

Alex Hillman – Hindy Hall – Philadelphia

Traduzione Stefania lab121

Perchè condividere l’ufficio?

Condividere scrivania e ufficio non è un concetto innovativo; l’innovazione è creare una comunità multiprofessionale! L’innovazione è decidere di essere un COWORKER!

Fare la scelta di svolgere la tua attività lavorativa fianco a fianco di persone che svolgono un lavoro diverso dal tuo cosa può far accadere?

  • conosci gente nuova e fai amicizia;
  • hai l’opportunità di confrontarti con professionalità/punti di vista diversi dal tuo;
  • puoi trovare clienti e fornitori.

E da un punto di vista economico e di sostenibilità?

  • contieni le spese di avviamento/gestione ufficio;
  • ottimizzi l’utilizzo di strumenti di lavoro;
  • cogli l’opportunità di avere un “banco di prova” della tua attività, senza vincoli contrattuali di lungo periodo.

Essere un coworker può quindi migliorare la tua qualità della vita?

coworking helps working

… niente più lavoro in pigiama da casa, basta con la comunicazione ridotta ad una chat e con l’accogliere i clienti/fornitori in cucina ..

Sei pronto a condividere un posto di lavoro? Se SI, preparati ad essere collaborativo 🙂

 lab121 – www.lab121.org

___________________________English version_______________________________

Why share your working place?

Share desk or office is not a new concept, the innovation is to create a multi-professional community! Innovation is decide to be a COWORKER!

Making the choice to perform your work alongside people whose work is different from yours what can make it happen?

  • You know new people and make interesting friends;
  • You have the opportunity to compare yourself with professionalism / points of view different from yours;
  • You can find customers and suppliers.And from an economic perspective and sustainability?
  • Reduce the start-up costs / management office;
  • Optimize the use of tools;
  • Take the opportunity to have a “test” of your business, without long-term contractual obligations.Be a coworker can then improve your quality of life?
    … no more work in your pajamas from home, just with communication reduced to a chat and with accommodate the customers / suppliers in the kitchen ..Are you ready to share a job? If YES, prepare to be collaborative 🙂

lab121 – www.lab121.org

Translation: Alberto – lab121 – www.lab121.org

La “nuova” privacy secondo il Decreto per lo sviluppo

Con il Decreto Legge n. 138 approvato dal Consiglio dei Ministri il 5 maggio scorso sono state introdotte alcune importanti novità in materia di tutela dei dati personali, meglio nota a tutti con il nome di “Privacy”.

In primo luogo il Decreto ridimensiona sensibilmente l’ambito di applicabilità del codice privacy alle persone giuridiche stabilendo che “in corretta applicazione della normativa europea le comunicazioni relative alla riservatezza dei dati personali sono limitate alla tutela dei cittadini, conseguentemente non trovano applicazione nei rapporti tra imprese”.

Nello specifico il secondo comma dell’articolo 6 va ad incidere sull’art. 5 del Codice sulla Privacy, introducendo un comma 3 bis, secondo il quale “Il trattamento dei dati personali relativi a persone giuridiche, imprese, enti o associazioni effettuato nell’ambito di rapporti intercorrenti esclusivamente tra i medesimi soggetti per le finalità amministrativo – contabili, come definite all’articolo 34, comma 1-ter, non è soggetto all’applicazione del presente codice.”.

Lo stesso Decreto chiarisce poi che “Ai fini dell’applicazione delle disposizioni in materia di protezione dei dati personali, i trattamenti effettuati per finalità amministrativo – contabili sono quelli connessi allo svolgimento delle attività di natura organizzativa, amministrativa, finanziaria e contabile, a prescindere dalla natura dei dati trattati. In particolare, perseguono tali finalità le attività organizzative interne, quelle funzionali all’adempimento di obblighi contrattuali e precontrattuali, alla gestione del rapporto di lavoro in tutte le sue fasi, alla tenuta della contabilità e all’applicazione delle norme in materia fiscale, sindacale, previdenziale – assistenziale, di salute, igiene e sicurezza sul lavoro“.

Cosa significa tutto ciò? Semplice… niente più informative e/o richieste di consenso se si trattano dati personali relativi a persone giuridiche, esclusivamente per questioni amministrativo-contabili, nel senso chiarito dalla nuova norma.

Per effetto del nuovo intervento normativo, inoltre, viene esclusa la necessità del consenso, ferma restando quella di rilasciare idonea informativa agli interessati, per “la comunicazione di dati tra società, enti o associazioni con società controllanti, controllate o collegate ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile ovvero con società sottoposte a comune controllo, nonché tra consorzi, reti di imprese e raggruppamenti e associazioni temporanei di imprese con i soggetti ad essi aderenti, per le finalità amministrativo contabili, come definite all’articolo 34, comma 1-ter”.

Tale eccezione non riguarda, tuttavia, la diffusione dei dati né l’utilizzo degli stessi per l’esercizio di attività di telemarketing. Il Decreto Sviluppo contiene infatti una rilevante novità che disciplina tale attività sotto il profilo della tutela della privacy.

Il sesto comma dell’art. 6, infatti, estende anche agli indirizzi postali il regime dell’opt-out (con il termine inglese opt-out ci si riferisce ad un concetto della comunicazione commerciale diretta  secondo cui il destinatario della comunicazione commerciale non desiderata ha la possibilità di opporsi ad ulteriori invii per il futuro) di recente introdotto nel nostro ordinamento in materia di trattamento dei numeri telefonici degli abbonati per l’esercizio di marketing telefonico.

Quindi cosa cambia rispetto a prima? La novità sta nel fatto che gli operatori di marketing diretto potranno utilizzare anche gli indirizzi degli abbonati contenuti nell’elenco telefonico per finalità promozionali senza bisogno di chiedere il consenso alla sola condizione che questi ultimi non abbiano richiesto l’iscrizione del proprio numero telefonico e del proprio indirizzo presso il registro delle opposizioni di recente istituito.

Ma la più importante tra le novità introdotte dal Decreto è, probabilmente, quella che prevede l’esonero dall’obbligo di predisposizione del documento programmatico per la sicurezza “per i soggetti che trattano soltanto dati personali non sensibili e che trattano come unici dati sensibili e giudiziari quelli relativi ai propri dipendenti e collaboratori, anche se extracomunitari, compresi quelli relativi al coniuge e ai parenti”.

Per tali soggetti, infatti, secondo quanto previsto dalla nuova disciplina “la tenuta di un aggiornato documento programmatico sulla sicurezza è sostituita dall’obbligo di autocertificazione, resa dal titolare del trattamento ai sensi dell’articolo 47 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, di trattare soltanto tali dati in osservanza delle misure minime di sicurezza previste dal presente codice e dal disciplinare tecnico contenuto nell’allegato B).”.

Con l’introduzione di queste importanti novità il Governo ha mostrato l’intento di tagliare gli ingenti costi di “gestione ed applicazione” di tutto l’apparato normativo in materia di privacy.

“Quanto alla privacy, si prevede un risparmio annuo stimato in circa 600 milioni di euro”… parola di Brunetta… ma come sempre, “ai posteri l’ardua sentenza”.

Fabio Saini

La cassetta degli attrezzi del fund raising

Nello scorso numero della newsletter abbiamo raccontato come scalare la piramide del Fund Raising, ovvero come “costruire” una popolazione di donatori fedeli e coinvolti, che abbiano con l’organizzazione una relazione continuativa e il più possibile stabile. E’ venuto adesso, alla fine di questo percorso in pillole sul Fund Raising, il momento di vedere quali siano gli strumenti che vengono utilizzati per approcciare e fidelizzare i donatori

Sviluppare relazioni sempre più strette con i donatori, spostandoci dalla semplice conoscenza dell’organizzazione al coinvolgimento attivo nella vita della stessa: bene… ma quali sono gli strumenti tipici del fundraising che ci consentono di farlo? In altre parole: cosa dobbiamo fare per comunicare con i nostri potenziali donatori e informarli, sollecitarli, coinvolgerli?

Gli strumenti sono, ovviamente, diversi, ciascuno utilizzabile in maniera diversa a seconda del gradino della piramide su cui ci si attesta, alcuni più adatti alla parte bassa, altri alla sommità. Tutti, in ogni caso e inevitabilmente, con una forte implicazione delle dinamiche relazionali che sottendono al fundraising.

Tra gli strumenti possiamo elencare il mailing (cartaceo ed elettronico), le telefonate personali, le lettere personali, le visite faccia a faccia (di solito “riservate” alle richieste di grandi donazioni e quindi alla parte più alta della piramide), il telemarketing sociale, le sollecitazioni porta a porta (piuttosto inusuali in Italia), il ricorso a campagne tramite i mass media.

Ne vedremo più in dettaglio solo alcuni, per mere ragioni di spazio:

Il Mailing

E’ lo strumento che utilizza i messaggi postali di massa, personalizzati e mirati allo scopo di raccogliere contributi e adesioni a favore di una causa o di un progetto. E’ uno strumento che inserisce nel mondo del Fund Raising le tecniche del marketing ed è spesso usato – soprattutto in presenza di database composti in maggioranza da indirizzi e-mail – nella forma, appunto, dell’e-mailing (che consente di risparmiare i costi di stampa e spedizione ma che risulta efficace solo su un target adeguato).

Il Mailing di solito si posiziona nella parte bassa della piramide, ma è utilizzabile anche per rafforzare il coinvolgimento dei donatori nella parte alta; permette di acquisire nuovi donatori e di rinnovare/aumentare le donazioni di coloro che sono già tali, consente la creazione di una relazione solida e fornisce informazioni complete sull’organizzazioni e i suoi progetti, è integrabile con gli altri strumenti per il fund raising (direct email, eventi, stampa, coupon, dialogo diretto,ecc). È uno strumento misurabile in termini di efficacia economica dell’azione di raccolta fondi e permette di segmentare il target e di testare i messaggi. Ha dei costi di stampa e spedizione che ne rendono “conveniente” l’utilizzo se l’investimento nella campagna da parte dell’organizzazione è a medio termine e si basa su numeri molto ampi.

 

Gli eventi

I motivi che inducono una organizzazione ad organizzare un evento sono molteplici: raccogliere fondi, rendere noti i risultati ottenuti, conoscere nuovi target, rafforzare rapporti, ringraziare, promuovere la mission, radicarsi nel territorio, fare people raising (ricerca volontari).

Per organizzare un evento in modo efficiente occorre innanzitutto fissare gli obiettivi strategici dell’evento (l’evento è uno degli strumenti del piano di fund raising), pianificare l’evento con un cronoprogramma, organizzare i volontari, elaborare il piano operativo (chi fa cosa, quando), amministrare le risorse – organizzazione logistica, leadership, motivazione, marketing. Infine, ma non meno importante, occorre valutare l’evento (la sua riuscita a posteriori) rispetto al suo obiettivo.

Per coprire i costi legati all’organizzazione dell’evento si può – se le caratteristiche dello stesso e la natura dell’organizzazione lo consentono – ricorrere alla sponsorizzazione. C’è da tenere presente che la sponsorizzazione è un rapporto commerciale legato al ritorno dei benefit, ovvero – appunto – ad un valore commerciale (da non confendere con la donazione che verrà eventualmente chiesta durante l’evento che, invece, è legata al costo del progetto).

Internet

Attualmente Internet è utilizzato dal Fund Raising in misura infinitesimale rispetto alle sue reali potenzialità. Per poter utilizzare la rete al fine di raccogliere fondi occorre tenere presenti alcuni concetti di base: il punto (fermo) di partenza è, anche sul web, l’assunto secondo il quale le persone donano alle persone (e non al sistema di pagamento dell’organizzazione). Bisogna inoltre tenere sempre presente che, per ricevere, occorre chiedere: ciò implica che il tasto “dona ora” dovrà essere posizionato in primo piano sulla homepage del sito dell’organizzazione. In generale Internet funziona meglio quando le cose sono chiare e facilmente raggiungibili: è quindi buona norma mettere il minor numero possibile di click tra il tasto “dona ora” e il form di donazione. Occorre infine ricordare che l’invito a donare e/o a sostenere l’organizzazione dev’essere collegato alle storie e ai progetti: è bene quindi supportare questa sezione cone le storie dell’organizzazione – immagini, racconti, filmati.

Oltre alla donazione, Internet può essere utilizzato anche per raccogliere indirizzi mail a cui inviare aggiornamenti, newsletter, appelli. Per assolvere a questa funzionalità così ampia di obiettivi il sito deve essere accattivante: è quindi consigliabile usare immagini, filmati, colori ( non passare, però, dal sito “cimitero” al sito “luna park”!). E’ inoltre opportuno, per mantenere omogeneità e rafforzare l’identità dell’organizzazione, che la comunicazione online  richiami quella offline.

Alcuni commenti sul Fund Raising online: è assolutamente necessario rendere le transazioni sicure (e specificarlo!). E’ importante inoltre esplicitare i vantaggi fiscali per chi dona e – come già detto – ringraziare sempre, inviando una mail di conferma per qualunque azione un visitatore del sito compia.

Se l’organizzazione non vuole o non può sostenere il costo del sito, è possibile utilizzare un CMS come Joomla, Drupal o WordPress, software gratuiti per la gestione dei contenuti del sito (sincerarsi, però, che l’organizzazione abbia persone in grado di gestire/manutenere il sito così costruito).

Può essere di grande utilità, sempre nell’ottica del rafforzamento della comunicazione e dell’identità, integrare i social network all’interno della homepage con inviti a visitare le pagine dell’organizzazione su Facebook, YouTube, Twitter, e così via (e, di conseguenza, avere pagine dedicate sui social media…e aggiornarle frequentemente!).

Ancora: oltre al sito web, ci sono altri modi per farsi conoscere: in primo luogo i blog. Si può aprire rapidamente e gratuitamente un blog utilizzando software come wordpress (www.wordpress.com), blogger (www.blogger.com), myblog (www.myblog.it): prima di partire occorre definire il layout grafico e di comunicazione e il taglio da dare al blog, in modo tale che risulti coerente con il resto della comunicazione dell’organizzazione, e – anche in questo caso – accertarsi che le persone dell’organizzazione siano in grado/abbiano voglia di aggiornare frequentemente i post.

E, infine, sempre nell’ottica della valutazione del ritorno, è buona norma misurare la visibilità del sito dell’organizzazione utilizzando Google Analytics: è gratis e vi dà un’idea della vostra popolarità, speriamo in aumento!

© Simona Biancu – Alberto Cuttica

Foursquare

La quarta puntata del viaggio nei social network per free-lance.

Foursquare è il social network che risponde alla domanda “dove ti trovi in questo momento?” e serve appunto a geolocalizzarci. E’ stato fondato nel marzo 2009 da Dennis Crowley e Naveen Selvadurai, nel settembre 2010 è passato alla versione 2.0 e nel marzo 2011 a quella 3.0.

Cosa ci permette di fare? Ci permette di segnalare la nostra posizione agli amici che abbiamo nella nostra rete e questo è utile sia per farsi raggiungere sia per segnalare un luogo che ci sta particolarmente a cuore. Anche in questo caso, come per Twitter, è necessario essere muniti di uno smartphone dato che è per eccellenza uno strumento che va usato in mobilità. (E’ possibile usarlo anche da computer fisso, ma, a mio avviso, perde la sua utilità).

Foursquare ha un gergo peculiare: ogni volta che si va in un posto (venue) si può fare check-in. Se la venue non dovesse ancora esistere nella lista che ci fornisce 4square dopo averci rintracciati con il GPS, può essere creata da noi stessi. Ogni venue può ricevere dei tip (consigli) e questo è molto importante se si vuole premiare o meno un bar o un ristorante. In base al numero dei check-in si può diventare mayor (sindaco) di un luogo, anche se non per sempre, perché ci sarà sempre qualcuno pronto a sfidarci. Diventare sindaco di un luogo può non significare niente (come nel caso si diventi sindaco del proprio ufficio) oppure può portare dei benefits (ad esempio, se il locale in questione decide di regalare un giro di birra al sindaco del giorno).

Ma Foursquare è anche un gioco a punti: ogni nostro check-in ci permette di guadagnare punti per ottenere un badge (medaglia virtuale). Ogni badge favorisce la nostra scalata della classifica alla quale partecipiamo insieme ai nostri amici. Ci sono diverse categorie di badge (Avventuriero, Esploratore, ecc.) corrispondenti a diverse tipologie di luoghi e poi ci sono i badge messi a disposizione da un marchio specifico. Esistono anche check-in legati a eventi particolari (ad esempio, le elezioni USA 2010) e da metà agosto questa funzionalità è stata istituzionalizzata, almeno per quanto riguarda il mercato americano, e si può fare check-in direttamente a un evento (ad esempio, l’ultimo film di Harry Potter).

L’ultima versione, uscita come già detto nel marzo 2011, ha introdotto la sezione “Esplora” che permette all’utente di orientarsi immediatamente per ricercare i propri interessi: cibi, caffè, vita notturna, negozi, arte e divertimento. Ognuna di queste sottosezioni è ulteriormente suddivisa per categorie che permettono una ricerca ancora più veloce ed efficace.

Anche il profilo dell’utente è rivisitato in modo che le venue e le ricerche siano categorizzate, rendendo così più facile agli amici condividere le nostre scoperte e i nostri consigli.

Foursquare ha tante potenzialità soprattutto per le attività commerciali e non solo. Basta dare un’occhiata al sito http://www.foursquarebrands.com/ per trovare tanti casi diversi di utilizzo. Un interessante post di Davide Licordari ci spiega come funziona, ad esempio, la presenza di una trentina di università americane su FourSquare. Anche la Casa Bianca è recentemente sbarcata su questo social network.

Fatte queste premesse risulta abbastanza evidente che, dal punto di vista professionale, Foursquare è più utile a un’azienda (bar, ristorante, negozio, ecc.) che a un libero professionista, a meno che quest’ultimo non abbia un luogo fisico come potrebbe essere uno studio professionale.

Si può, in ogni caso, pensare di sfruttarlo per Lab121, una volta avviata la nuova sede, in modo da rendere ancora più visibili i servizi proposti dall’Associazione e magari anche offerte speciali per i curiosi.

Se mi volete seguire nei miei spostamenti, anche se io sono molto discreta (non ho mai segnato casa mia, ad esempio), il mio nickname è banalmente Giulia Devani.